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AFGHANISTAN
  • Vladimir Putin with President of Afghanistan Ashraf Ghani
    Vladimir Putin with President of Afghanistan Ashraf Ghani
“La Russia vuole riempire il vuoto nell'Asia del Sud ritagliandosi un ruolo di leader per ciò che riguarda l'Afghanistan. Il suo coinvolgimento con il Pakistan ha ormai preso il via, e la partnership con la Cina mira a creare un bastione globale contro l'Occidente. E' in questo contesto più ampio che le direttrici emergenti nella geopolitica dell'Asia del sud diventano importanti. La questione afghana non è di facile soluzione, ma quello che è in gioco è il futuro di tutta l'area strategica”. Così commentava l'analista indiano Harsh V. Pant l'annuncio di una conferenza, la seconda in pochi di mesi, ospitata a Mosca per discutere il futuro dell'Afghanistan. Conferenza in un certo senso riparatrice, visto che lo scorso dicembre i russi avevano invitato per parlare di Afghanistan soltanto pakistani e cinesi. Non gli afghani, non l'India. Questa volta Putin e i suoi hanno fatto le cose perbene invitando a discutere del futuro dell'Afghanistan cinque nazioni: Pakistan, Cina, India, Iran e lo stesso Afghanistan. Rimasti fuori dai giochi, non invitati a sedere al tavolo di discussione, gli americani e i rappresentanti della Nato. Non invitati di proposito, si dice per sottolineare quanto commentava Pant: il futuro della regione si decide senza l'Occidente. Sottolineare il ruolo di Washington in Afghanistan è stato lasciato soltanto alla buona volontà del governo di Kabul. D'altra parte, in occidente, “la guerra più lunga” mai combattuta dagli Stati Uniti è stata ormai dimenticata dai più dopo i trionfali annunci di vittoria che si sono succeduti negli anni e gli annunciati e parzialmente messi in pratica ritiri di truppe che dovevano essere conseguenza proprio delle vittorie succitate. E nonostante negli ultimissimi giorni si siano alzate a Washington da più parti voci riguardanti la situazione afghana ricordando che gli Stati Uniti sono ancora in guerra, la narrativa ufficiale sull'argomento rimane quella mirabilmente espressa dal generale Mc Kiernan: “Non è che in Afghanistan stiamo perdendo, in alcune zone stiamo soltanto vincendo più lentamente”. I numeri, però, raccontano una storia diversa. Soltanto il sessantatre per cento del territorio afghano è in qualche modo, e in alcune zone molto remotamente, sotto il controllo di Kabul: nella regione di Kunduz, settemila soldati non sono stati in grado di tenere a bada una manciata di Taliban. E checchè se ne dica nelle riunioni ufficiali, le mosse della coalizione, che per carità cristinan si potrebbero definire quantomeno goffe, non fanno che guadagnare sostegno tra la popolazione ai Taliban. L'esercito afghano, faticosamente formato e addestrato dall'Occidente, è un'Armata Brancaleone soggetta a corruzione, mancanza di equipaggiamento appropriato, e si spacca inevitabilemnte lungo consolidate linee di appartenenza etnica e tribale al momento cruciale. La produzione di oppio, nonostante tutti i miliardi spesi per contrastarla, non è mai stata così florida. Gli attentati a Kabul si succedono con inquietante regolarità, ultimo in ordine di tempo l'attacco all'ospedale militare Sardar Daud Khan: quarantanove morti e sessantatre feriti. L'attentato è stato rivendicato dal solito Stato Islamico, ma pare invece, e fondatamente, che ditro ci fosse l'inossidabile rete Haqqani. L'attentato è stato il culmine di un periodo che ha visto le relazione tra Kabul e Islamabad raggiungere un minimo storico. Il Pakistan aveva incolpato Kabul di non tenere a bada i Taliban che attraversano il confine per colpire in territorio pakistano: in sostanza, Islamabad aveva incolpato “terroristi oltre confine” per i recenti attacchi di Lahore e del santuario Sufi di Sewan. Non solo: ha sigillato le frontiere con l'Afghanistan e inviato a Kabul una lista di terroristi ricercati dal governo pakistano che si troverebbero in Afghanistan. Con un qualche sprezzo del ridicolo, bisogna aggiungere, visto che a stretto giro di posta Kabul ha fatto arrivare in Pakistan una lista molto più lunga di terroristi da consegnare al governo afghano. Tra cui brillano, al solito, i famigerati Haqqani. Che sono uno degli assetti strategici dei militari pakistani, così come il mullah Mansour che secondo voci non ufficiali si aggira libero a Quetta e dintorni. Le frontiere sono state infine riaperte, ma le polemiche tra due vicini ormai ai ferri corti continuano. Ghani e i suoi incolpano il Pakistan della continua avanzata dei Taliban e della totale incapacità di Islamabad di portarli, come promesso, al tavolo delle trattative e a una sospensione delle ostilità. Il fatto è che il Pakistan, a questo punto, non ha alcun interesse, nella sua ottica, a una pacificazione dell'Afghanistan alle condizioni attuali. Kabul si è avvicinata molto, troppo, all'India: che in Afghanistan ha fatto e continua a fare investimenti importanti, che si è impegnata nella ricostruzione e che sostiene il governo in carica nella richiesta di un processo di pace guidato dagli afghani. India, Iran e Afghanistan si sono coalizzati per realizzare tutta una serie di opere importanti, come il porto di Chabahar, che renderebbero l'Afghanistan in qualche modo indipendente dai vicini pakistani e, soprattutto, renderebbero il Pakistan non più necessario per assicurare le rotte commerciali (e anche militari) nell'area. I malpensanti sostengono che la recente ondata di attentati che ha colpito il Pakistan e l'Afghanistan (uccidendo in gennaio anche alcuni diplomatici della UAE) farebbe parte del solito gioco alla Islamabad maniera: in momenti in cui gli Stati Uniti mostrano di essere stufi dei continui doppi giochi pakistani e cercano soluzioni alternative al caos (in larga parte da loro stessi creato) in Afghanistan, una serie di attentati ricorda al mondo un paio di cose. Che il Pakistan è esso stesso vittima di terroristi, e che è sempre fondamentale per mantenere la situazione sotto controllo. Continuando, vale appena la pena di sottolinearlo, a foraggiare i propri assetti strategici come gli Haqqani e mullah Mansour. Perdere l'Afghanistan, per il Pakistan, perdere il controllo a distanza su Kabul e dintorni, significherebbe l'isolamento strategico e geografico. E nessuno a Islamabad è disposto a perdere questa battaglia. Specialmente perchè se il Pakistan perde, perde anche la Cina: che si è legata, non si sa con quanta imprudenza, a doppio filo a Islamabad per creare la sua grandiosa (almeno sulla carta) One Belt- One Road. E perde Mosca, che in Afghanistan come nell'Asia Centrale gioca la sua partita per estromettere di fatto gli americani e l'Occidente da un nodo geopolitico cruciale. D'altra parte, in un certo senso, anche Islamabad ha le mani più o meno legate per ciò che riguarda i Taliban: e il fatto che a legarle siano stati i suoi stessi militari non cambia poi tanto. Come diceva la buonanima del genrale Hamid Gul: “Non è sempre opportuno rompere del tutto e andare contro i propri vecchi alleati”. Lui parlava della Cia, a dire la verità, ma la sostanza è la stessa: eliminare gli haqqani e la shura di Quetta significherebbe anzitutto consegnare le uniche armi rimaste a Islamabad per cercare quella famosa profondità strategica da sempre vagheggiata in Pakistan. E significherebbe destabilizzare ulteriormente un paese ormai da molto tempo sull'orlo del precipizio. Difatti, la conseguenza più disastrosa della guerra in Afghanistan non è stato l'Afghanistan stesso ma le conseguenze che ha avuto sul sempre precario equilibrio della Terra dei Puri. E se nei giorni scorsi il facente funzioni di Ministro degli esteri Sartaj Aziz si è sentito in dovere di dichiarare che : “Il Pakistan non cederà mai armi di distruzione di massa ad alcuno stato o a organizzazioni non-statali”, un motivo ci sarà pure. Forse stiamo vincendo “più lentamente” in Afghanistan, ma la guerra diplomatica con il Pakistan, continuando così l'abbiamo persa da un pezzo e le conseguenze rischiano di essere più disastrose che mai.
Francesca Marino
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