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XI JINPING E `THE DONALD`, LO SPETTRO DI UNO SCONTRO NEL PACIFICO
  • Xi Jinping
    Xi Jinping
L’ uomo forte cinese Xi Jinping e’ stato svelto a muoversi in vista dell’ arrivo alla Casa Bianca dell’ imprevedibile “The Donald” Trump. Sul piano internazionale ha cercato di accreditarsi come paladino del libero scambio e del commercio internazionale nel suo intervento al World Economic Forum di Davos. E’ stata la prima volta che un “numero uno” cinese si e’ recato all’ appuntamento annuale dell’ elite’ finanziaria e politica internazionale - che gia’ in occasione degli interventi di due “numeri due”, i primi ministri Wen Jiabao e Li Keqiang - aveva mostrato con chiarezza la sua incontenibile ammirazione per il capitalismo autoritario made in China.
Peccato che nelle ore seguenti la sua pretesa sia stata smontata dai businessmen che lavorano in Cina e che sanno bene che il mercato del miliardo di consumatori del quale si favoleggia negli ambienti accademici e’ ben lontano dall’ essere aperto alle imprese straniere. Rispondendo ad un sondaggio condotto dalla Camera di Commercio Americana in Cina, infatti, l’ 81% degli interpellati ha affermato di sentirsi “meno benvenuto in Cina”, che in passato (l’ anno scorso la percentuale era stata del 77%). Inoltre, il 60% ha precisato di avere “poca o nessuna fiducia” su nuove aperture del mercato cinese nei prossimi tre anni. Una compagnia su quattro - il 25% - ha affermato di voler lasciare la Cina, citando come ragioni “i regolamenti, il crescente costo del lavoro e altre priorita’ strategiche”. I capitalisti americani che operano in Cina ritengono anche che “Pechino stia restringendo l’ accesso ai suoi mercati per macchine elettriche, computer, sicurezza tecnologica e altri settori promettenti…”.
Stendiamo un velo pietoso sulla questione diritti umani - che ai cervelloni riuniti a Davos non interessano - ma che secondo Amnesty International sono “in serio pericolo” a causa della nuova legislazione approvata dopo che “il governo ha lanciato un crackdown contro gli avvocati …” mentre “…altri attivisti e difensori dei diritti umani continuano ad essere costantemente perseguitati e intimiditi”.
In ogni caso, Trump ha aperto uno spazio e Xi ha cercato di occuparlo.
Un paio di buoni colpi il leader cinese li ha messi a segno in Asia, anche qui in uno spazio lasciato sguarnito da Trump col suo annuncio di abolizione della Trans-Pacific Partnership (TPP), il progetto di mercato comune lanciato dal presidente uscente Barack Obama insieme allo slogal del “pivot” (perno) in Asia - vale a dire la sostituzione dell’ Asia delle economie emergenti al caotico Medio Oriente come centro della politica internazionale degli USA. Xi ha reclutato tra i suoi seguaci il colorito presidente filippino Rodrigo Duterte e torvo malese Najib Razak. Entrambi sono spinti da motivazioni poco nobili. Duterte perche’ e’ stato criticato da Obama sul problema dei diritti umani a causa della cosidetta “guerra alla droga” che lanciato nel suo Paese - vale a dire la licenza di uccidere per la polizia e le formazioni paramilitari che la fiancheggiano e che ha portato a oltre cinquemila esecuzioni extra giudiziali in poco piu’ di sei mesi. A sua volta Najib rischia il posto a causa di uno scandalo finanziario con importanti ramificazioni americane.
Non hanno avuto invece successo i tentativi di intimidire la Corea del Sud - scossa da una crisi che potrebbe portare alle dimissioni della presidente Park Geun-hye, accusata di corruzione, e a nuove elezioni - per convincerla ad abbandonate l’ idea di schierare il sistema americano di difesa antimissilistica Terminal High Altitude Area Defense (THAAD). Data la costante postura aggressiva della Corea del Nord - alleata di ferro di Pechino - e’ improbabile che un prossimo e diverso governo sudcoreano decida di farne a meno.
Trump ha nominato nella sua amministrazione numerosi critici della Cina tra cui il Peter Navarro, professore di economia e autore di libri e documentari tra cui “Death by China” e “Crouching Tiger”. Tra le altre cose, Navarro propone di rivedere la politica americana verso Taiwan - l’ isola di fatto indipendente e che non fa parte della Cina dal 1895, con l’ eccezione di un breve intervallo nei caotici anni della guerra civile (1945-49) - che e’ stata emarginata in tutti i consessi internazionali pur avendo mantenuto forti legami economici, culturali e militari con gli USA. Una delle prime iniziative di “The Donald” dopo la sua vittoria elettorale e’ stata quella di rispondere personalmente alla telefonata di congratulazioni della presidente taiwanese Tsai ing-wen, cosa che i suoi predecessori avevano evitato di fare per non dispiacere a Pechino. Inoltre, il segretario di Stato scelto da Trump, Rex Tillerson, ha duramente criticato - nel corso della sua audizione al Senato - la politica di Pechino nel Mar della Cina Meridionale, dove l’ Esercito di Liberazione Popolare (PLA) ha militarizzato una serie di isolotti reclamati anche da altri Paesi. Tillerson ha affermato che il proseguimento di tali costruzioni deve essere “impedito”, sollevando lo spettro di un confronto militare tra le due potenze. Pechino considera sia l’ annessione di Taiwan che la sua sovranita’ su quasi tutto il Mar della Cina Meridionale non negoziabili e in passato ha affermato di essere pronta ad intervenire militarmente nel caso Taiwan dichiari formalmente l’ indipendenza che ha di fatto gia’ raggiunto da tempo.

La dottrina strategica della Cina si basa sull’ idea di un futuro confronto nel Pacifico con gli USA - cosi’, tra l’ altro, si spiega il continuo sostegno di Pechino alla Corea del Nord, anche quando questa agisce in contrasto con i suoi interessi di breve periodo. Ma il momento nel quale Pechino potra’ sfidare il Grande Fratello americano con qualche speranza di successo e’ ancora lontano. Per ora la superiorita’ americana rimane indiscussa e solo gravi errori politici da parte della nuova amministrazione potrebbero tentare Xi Jinping e i suoi generali. Pechino, probabilmente, lancera’ ulteriori minacce ma cerchera’ di evitare uno showdown che la vedrebbe perdente. Sull’ altro piatto della bilancia c’ e’ il rallentamento dell’ economia, che gia’ ha provocato scossoni nella societa’ cinese e che potrebbe spingere Xi a giocare la carta nazionalista, con qualche pesante provocazione nel Mar della Cina Merdionale, verso Taiwan o anche verso il Giappone - il “nemico” preferito dagli attuali dirigenti cinesi e dallo stesso Xi Jinping, che piu’ volte ha criticato apertamente Tokyo suscitando in patria gli entusiasmi dell’ estrema sinistra (o destra? questo e’ poco chiaro) nazionalista.
Non per niente a partire dalla vittoria elettorale di Trump il premier giapponese Shinzo Abe e’ stato attivissimo sulla scena globale e regionale. E’ stato il primo capo di governo straniero ad essere ricevuto dal presidente eletto nella Trump Tower di New York e ha corteggiato il “duro” filippino Duterte, col quale ha fraternizzato guardandosi bene dal sollevare il problema delle esecuzioni extragiudiziali.
Tokyo e Pechino, oltre ad essere in competizione per il ruolo di leader regionale, sono divise dalla disputa per la sovranita’ sulle isole Senkaku/Diaoyu, nel Mar della Cina Orientale - un altro dei punti del Pacifico che potrebbero diventare caldi dopo l’ installazione a Washington di Trump e dei suoi uomini.
Beniamino Natale
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