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Cina e Pakistan, un `corridoio` più politico che economico
  • pakistan china economic corridor
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Il “corridoio” che unisce l’ ovest della Cina alle coste del Pakistan sul Golfo Persico e’ diventato operativo il 13 novembre scorso. Quel giorno, il primo carico di merci cinesi provenienti da Kashgar, nella Regione Autonoma Uighura del Xinjiang, appena arrivato nel porto di Gwadar, e’ stato trasferito sulle navi che lo hanno portato verso il Medio Oriente e l’ Africa. 

Il faraonico progetto, il cui nome ufficiale e’ China-Pakistan Economic Corridor o CPEC, e’ una realta’. Costato alla Cina - che ne ha assicurato per intero il finanziamento - circa 50 miliardi di dollari, salutato come un “game changer” negli equilibri regionali e forse mondiali dai politici e dai media pakistani, il CPEC dovrebbe portare in alcune delle regioni piu’ povere del Pakistan miliardi di dollari di investimenti (in gran parte in infrastrutture) e decine di migliaia di posti di lavoro. Secondo il quotidiano pakistano Daily Times, la Russia ha gia’ chiesto di partecipare all’ impresa, usando il porto di Gwadar e investendo nelle opere previste dal “corridoio”. Il quotidiano, con altri media pakistani, ha affermato che accordi in questo senso sono stati discussi a meta’ novembre con il capo dei servizi di sicurezza di Mosca, nella prima visita di un funzionario russo di cosi’ alto rango dopo decenni di gelo diplomatico nel corso dei quali Russia e Pakistan hanno militato su fronti opposti nella Guerra Fredda. Il quotidiano aggiunge che anche “la Turchia, il Regno Unito, la Germania, l’ Italia e altri Paesi europei” avrebbero espresso la loro volonta’ di unirsi a Cina e Pakistan nello sviluppo del CPEC. Qualcuno si e’ addirittura spinto a profetizzare che per il Regno Unito il CPEC potrebbe rappresentare l’ alternativa all’ Unione Europea, dopo la decisione favorevole alla “Brexit” degli elettori.

Ma restiamo ai due ideatori e grandi protagonisti dell’ impresa. Se per il Pakistan il “corridoio” dovrebbe portare investimenti e sviluppo economico, anche la Cina ha i suoi vantaggi. Il collegamento diretto tra il Xinjiang e le “calde acque” del Golfo, significa che le merci dirette da Africa, Europa e Medio Oriente in Cina non dovranno piu’ passare dallo Stretto della Malacca, riducendo di due terzi i tempi medi di trasporto e annullando il pericolo di una sua chiusura in caso di tensioni internazionali - non bisogna infatti dimenticare che, nonostante la crescente assertivita’ della Cina e le promesse di isolazionismo del presidente eletto americano Donald Trump, il Pacifico meridionale rimarra’ per un periodo intederminato di tempo sotto il controllo della Settima Flotta americana. 

Il porto di Gwadar ospitera’ anche navi e sottomarini cinesi e i soliti maligni sostengono che Pechino sia piu’ interessata agli aspetti strategici che a quelli economici dell’ iniziativa. Gwadar - che fino al 1958, quando fu “comprata” dal Pakistan, apparteneva al sultanato dell’ Oman - si trova all’ imboccatura del Golfo e immediatamente a nord delle coste indiane che si affacciano sul Mar Arabico. Non per niente New Delhi ha denunciato a piu’ riprese il significato geopolitico del CPEC. Secondo il ministero degli esteri indiano, il primo ministro Narendra Modi ha sollevato “con molta forza” il problema nel corso di un incontro col presidente Xi Jinping, affermando che il progetto e’ “inaccettabile” per il suo Paese. 

Ricordiamo che la Cina gia’ occupa due fette di territorio sulle quali New Delhi ritiene di avere la sovranita’. la prima e' il massiccio dell’ Aksai Chin, nell’ angolo occidentale dell’ altipiano del Tibet, conquistato dalle vittoriose truppe cinesi nella guerra di frontiera del 1962. La seconda e’ costituita dai cosidetti Northern Territories, vale a dire le aree di Gilgit, Baltisan e della valle di Hunza, che facevano parte del regno del Jammu & Kashmir, diviso tra Pakistan e India e rivendicato nella sua interezza da entrambi i Paesi. 

Tra la fine degli anni 40 e l’ inizio dei 50 ci fu breve periodo di collaborazione tra l’ India di Jawaharlal Nehru e la Cina di Mao Zedong e Zhou Enlai, che ebbero un ruolo di primo piano nella fondazione del Movimento dei Non Allineati (la conferenza di Bandung, in Indonesia, dove fu tenuto a battesimo il Movimento e’ del 1955). Le dispute di confine - irrisolte nonostante decine di riunioni - e la “naturale” rivalita’ tra due potenze emergenti fecero presto dimenticare gli abbracci e la retorica, cara a Nehru, dell’ “hindi-chini bai bai” (gli indiani e i cinesi sono fratelli). I dirigenti pakistani lo capirono subito e tutti - dal militare Yaya Khan al socialista Zulfikar Ali Bhutto, dall’ integralista islamico Zia ul-Haq al “moderato” Nawaz Sharif - hanno fatto dell’ amicizia “di ferro” con la Cina una colonna portante della loro politica estera. Pochi ricordano che nel 1971 Henry Kissinger si reco’ a Pechino per il suo primo incontro con Zhou Enlai partendo da Islamabad con un aereo militare pakistano (ai giornalisti aveva detto di aver avuto un malore e di essere rimasto chiuso in albergo). E non tutti sanno che senza la collaborazione della Cina, il Pakistan non sarebbe mai riuscito a costruire la “bomba islamica”, cioe’ il primo arsenale atomico di un Paese musulmano. 

Dopo aver attraversato i Northern Territories, il CPEC raggiunge la capitale Islamabad. Da qui, si biforca seguendo due direttrici: la prima passa dalla provincia del Kyber-Pakhtunwa, ex-Provincia della Frontiera di Nordovest, cioe’ la patria dei Taleban afghani e pakistani, zona calda della “guerra al terrore”. In seguito attraversa tutto il Balochistan, regione nella quale e’ in corso una rivolta delle popolazioni locali contro Islamabad che viene repressa nel sangue dall’ esercito pakistano - secondo alcuni il vero detentore del potere. In un reportage dal Pakistan, il Guardian ha citato Kaiser Bengali, un “consigliere economico” del capo del governo provinciale, secondo il quale “il corridoio passa per quello che attualmente e’ il cuore dell’ insurrezione”. Prosegue il Guardian: “…l’ anno scorso il governo provinciale ha rivelato che tra il 2011 e il 2014 sono stati trovati i cadaveri di 800 persone legate alla rivolta. Ha anche stimato che altre 950 persone sono tuttora ‘sparite”, mentre alcuni testimoni citati nel 2013 da una fact finding mission dell’ ONU hanno parlato di un totale di 14mila ‘scomparsi’”. Le denunce di nuove “scomparse”, di stupri, di violenze sui civili da parte delle organizzazioni nazionaliste del Balochistan sono quotidiane. In una situazione di questo tipo garantire la sicurezza degli almeno ventimila cittadini cinesi che lavoreranno a vario titolo a Gwadar rischia di diventare un incubo per le forze di sicurezza di Islamabad. Una circostanza che non puo’ non rafforzare i timori della comunita’ internazionale - e in primo luogo dell’ India - sulla possibile presenza sul posto di militari o di agenti della sicurezza cinesi. Il porto sara’ infatti gestito dalla Chinese Overseas Ports Holding Company, un’ impresa che appartiene allo Stato cinese. 

I problemi di sicurezza hanno spinto gli ideatori del CPEC a suggerire una strada alternativa, che da Islamabad punti verso est passando da Lahore per poi rientrare in Balochistan da sud, percorrendo poche centinaia di chilometri nella provincia prima di arrivare a Gwadar. Alcune mappe comparse sui media pakistani parlando anche di una terza strada, che passerebbe da Multan nella provincia del Punjab, evitando la decisa deviazione verso est prevista dalla seconda delle tre “routes” che possono portare dalla frontiera con la Cina a Gwadar. L’ emergere di tre possibili strade, vale a dire diverse destinazioni per i massicci investimenti che il “corridoio” dovrebbe generare, ha provocato aspre polemiche tra i governi delle diverse province pakistane, in concorrenza tra di loro per assicurarsi una fetta della ricca torta cinese - e della vodka che probabilmente ne facilitera’ la digestione.
Beniamino Natale
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